“Io, scrittrice nanerottola innamorata del mondo dei libri”

Alice Basso è l’autrice della saga della Scrittrice Senza Nome, edita dalla Garzanti, che da qualche anno ha conquistato i lettori di tutta Italia. La sua protagonista, Vani Sarca, è una ghostwriter irriverente dotata di un’empatia straordinaria con cui riesce sempre a risolvere i casi che la polizia di Torino le affida.

L’ultimo romanzo della saga, La scrittrice del mistero, uscirà il 26 aprile. Nel frattempo incontriamo Alice Basso per scoprire tutto su di lei e i suoi personaggi.

 

Chi è Alice Basso?

Una nanerottola che fa la redattrice in piccole case editrici e che quando ha del tempo libero o canta con le sue band o scrive libri. Ah, oppure mangia, possibilmente cose che non ha cucinato lei. È tendenzialmente allegra, tendenzialmente imbranata e tendenzialmente timida, però quel genere di timido che chiacchiera tantissimo proprio perché è timido. Guida solo leggermente meglio di come cucina, ma questo non toglie che guidi tantissimo (e finché non c'è da parcheggiare le piace anche). Ha sempre sonno e sempre fame – uh, questo mi sa che s'era capito. In questo momento ha trentotto anni, le guance di una dodicenne e la resistenza davanti a un film serale di un'ottantaseienne. È convinta che passerà di colpo dall'essere una paffuta bambinotta all'essere una paffuta vecchietta senza mai passare per la fase della “bella donna affascinante”.

 

Come, quando e perché hai deciso che volevi fare la scrittrice?

Eh, bella domanda. Mi verrebbe da dire che ho sempre scritto, ed è vero: appena scoperto in prima elementare che a scrivere tanti “pensierini” di fila si faceva una storia, ci ho preso gusto e non ho più smesso. Casa mia è piena di produzioni adolescenziali: capitoli primi, scalette, anche romanzi completi (che però non vedranno mai la pubblicazione perché, credetemi, fanno veramente schifo). Tuttavia, il desiderio – no, nemmeno: lo sghiribizzo, lo sfizio – di provare a pubblicare qualcosa m'è preso solo all'inizio del 2014, quando mi sono trovata ad aver scritto una storia che mi sembrava meno schifosa e meglio scritta delle precedenti. Era il primo libro di quella che sarebbe diventata la pentalogia di Vani Sarca, la ghostwriter dark investigatrice per caso.

 

Il segreto per essere una scrittrice prolifica e felice.

Organizzarsi. So che ci sarebbe stata bene una risposta meno prosaica, ma chi scrive per passione lo sa: se hai un lavoro vero (e io ce l'ho, nove ore al giorno in redazione), una famiglia, insomma una vita normale, trovare il tempo per coltivare la scrittura non è semplice. Io ho escogitato dei metodi per ottimizzare gli stralci di tempo a disposizione della scrittura (per esempio, prendere un sacco di appunti o fare scalette molto dettagliate, che ti fanno risparmiare un sacco di tempo quando finalmente puoi sederti al computer e scrivere davvero). Bisogna insomma che scrivere resti sempre un piacere, uno svago e non uno stress (anche perché poi la qualità di quello che scrivi ne risente).

 

 

Perché hai scelto una ghostwriter come protagonista dei tuoi romanzi?

Il mio obiettivo principale era raccontare il mondo dei libri, i retroscena dell'editoria e l'ambiente nel quale vivevo e vivo tuttora, facendo la redattrice. In un primo momento avevo pensato di fare della mia protagonista una redattrice a sua volta, perché, come si suol dire, “bisogna scrivere di quello che si conosce”. Tuttavia, a un certo punto mi è venuto in mente che un ruolo molto più figo da descrivere ed esplorare fosse quello della ghostwriter. E infatti il ghostwriter (che, per chi non lo sapesse, è quel tizio che scrive libri che poi vengono firmati da tizi molto più famosi di lui) è in una posizione davvero unica: fa un lavoro molto creativo ma lo deve fare stando nell'ombra, senza potersi prendere il merito di nulla, e sopprimendo anche la sua personalità, per far emergere, imitandola, quella dell'autore che poi alla fine firmerà il libro. Un ruolo che apre la porta a mille riflessioni sull'identità, la creatività, l'empatia.

 

Come si scrive un romanzo giallo?

Uh, grazie della domanda, perché mi dà la possibilità di specificare che io non scrivo proprio proprio dei gialli. Cioè, in ogni libro c'è un'investigazione, ma è più un pretesto che altro. Mi piace tanto leggere gialli, mi piacciono le atmosfere, la tensione della caccia al colpevole, i colpi di genio e le intuizioni e gli investigatori che si scaldano man mano che si rendono conto di essere sulla pista giusta. Ma i miei libri, dico sempre, sono gialli solo per un terzo: per un altro terzo sono comici, e per l’ultimo terzo sono metaletterari, cioè parlano di altri libri, o di come si fanno i libri, o citano più o meno esplicitamente altri libri, eccetera. (Ah, sì, okay, c'è anche una percentuale di rosa: ora decido da dove ritagliarla!) Comunque, scrivere un giallo ha dei meccanismi complessi, perché tu, scrittore, hai in testa una storia (banalmente: la dinamica di un delitto), che devi però raccontare al lettore in modo non lineare, spezzettandola e riassemblandola, in modo che sia lui a dover ricomporre il puzzle. E non è affatto semplice!

 

La cosa più buffa che ti è capitata da quando hai pubblicato il primo libro di Vani.

Quando è uscito il primo libro di Vani, al salone del Libro del 2015, sono stata invitata a far parte del panel di un concorso molto importante, IoScrittore, che veniva presentato davanti a un sacco di gente. Gasati dal fatto che la loro consanguinea fosse stata onorata di un simile privilegio, in sala si sono presentati tutti i miei parenti. E quando dico tutti intendo dire che sono venuti da tre regioni di distanza. All'epoca, fra i miei parenti c'erano un sacco di bambini piccoli (perché, sì, ho un sacco di cuginetti). Quando mi hanno presentata, la sala è esplosa in un boato neanche fossi stata Lady Gaga in tour. E considera che ero l'ultima ruota del carro, a quel tavolo – l'esordiente che, anzi, a dirla tutta aveva esordito da un giorno scarso! Più che arrossita, mi sono carbonizzata. Ma quanto ridere, dopo…

 

Il momento più esaltante legato alla scrittura dei tuoi libri.

Vabbè, scrivere è la parte migliore, specialmente quando l'idea che hai in testa ti entusiasma e una certa scena, poniamo, ti si è composta davanti agli occhi con una tale precisione che quando ti metti a scriverla praticamente fluisce da sola. Però c'è anche un'altra fase pazzesca, devo dire anche destabilizzante, specialmente le prime volte che la vivi: e cioè il momento in cui il libro è uscito, è stato letto, tu vai in giro a presentarlo nelle librerie e nelle biblioteche e i lettori, cioè gli spettatori, ti fanno domande, ti offrono i loro commenti, parteggiano per questo o quel personaggio, e tu ti rendi conto di colpo che il tuo libro è diventato cosa loro, che quei personaggi che prima stavano solo nella tua testa ora sono in giro e hanno fatto amicizia. Con un casino di gente.

 

Più scrivi personaggi schivi, sarcastici e “asociali” e più li si ama. Perché?

Dovrei chiedervelo io, eheh! Mah, tirando a indovinare, direi che è possibile che i lettori apprezzino Vani per lo stesso motivo per cui a me piace scrivere di lei, e cioè che con il suo non guardare in faccia nessuno, fare battute tremende su chiunque e qualsiasi cosa risulti un sacco catartica. Grazie a Vani puoi dire e fare cose che nel mondo reale ti condannerebbero all'ostracismo, o a venire investita con la macchina appena esci di casa da qualcuno che ti odia.

 

Cosa ci possiamo aspettare dal tuo nuovo romanzo?

Potrei dire che ho fatto del mio meglio per aumentare l'intensità dei colori: il giallo è più giallo del solito, e mi sa anche il rosa. Ci sono due personaggi che evolvono molto e altri due che evolvono, diciamo così, insieme. E qualcuno che se la vede davvero brutta. Ma soprattutto, Vani, che in veste di ghostwriter in ogni libro si cimenta con un genere letterario diverso (nel primo doveva scrivere per conto di una autrice di testi esoterici, nel secondo di una cuoca e nel terzo accompagnare un autore di romanzi storici), stavolta avrà a che fare con il genere più divertente in assoluto da prendere in giro, ossia il thriller all'americana, tutto azione, sparatorie, inseguimenti e protagonisti atletici e improbabili.

 

Tra i tuoi personaggi più amati e chiacchierati spiccano la quindicenne dark Morgana, il commissario Romeo Berganza con cui la protagonista collabora nella risoluzione dei casi e lo scrittore Riccardo Randi, per cui Vani in passato ha scritto un romanzo e che cerca in tutti i modi di tornare nella sua vita. Da dove vengono?

Morgana è facile: esiste. Conosco davvero una piccola Morgana, che adesso ha più di vent'anni ma che quando ci siamo incontrate ne aveva undici e che, durante l'adolescenza, era esattamente come la Morgana del libro, dark nel look ma super diligente a scuola, sveglia e adorabile. Il commissario Berganza è il frullato di tutti gli investigatori che mi sono piaciuti nella letteratura noir del Novecento: Philip Marlowe, soprattutto, ma anche Sam Spade, Maigret, Nero Wolfe (ma magro), Pepe Carvalho. Ho sempre adorato il cliché del detective in impermeabile beige, stropicciato e con la sigaretta sempre in bocca, e ne volevo assolutamente uno così anche nel mio libro. E infine, Riccardo: ecco, lui non esiste, anche se è un cliché a sua volta – il figo intellettuale piacione dall'aria fintamente spettinata

 

Parlaci della tua band e di come la tua esperienza musicale ha influito sul personaggio di Morgana.

Io di band ne ho ben due. Una è di miei coetanei, tutti uomini, con cui facciamo spettacoli che rasentano il cabaret. L'altra invece è  di rock più cupo, un po' progressive, ed è composta da  ragazze che hanno – non ridete – in media tredici anni meno di me. Avevano bisogno di un rimpiazzo per la cantante, io ho accettato pensando che fosse una cosa provvisoria, poi ci siamo trovate così bene che sono rimasta. Loro sono un po' le mie Morgane (e io, più che la loro Vani, la loro vecchia zia). E con loro, fra l'altro, metto davvero in musica le canzoni che scrivo per ogni libro, in italiano o tradotte in inglese. Comunque, con tutte queste frequentazioni musicali, credo che si capisca bene perché le storie di Vani io me le immagini già equipaggiate di colonna sonora.

 

La cosa migliore e peggiore che Vani ha fatto ad Alice e viceversa.

In un certo senso, Vani mi ha mollato la sua posta a cui rispondere. Nel senso che capita spessissimo che le persone che mi scrivono credano sinceramente di avere a che fare con una simil-Vani, una Vani in 3D, e si aspettano che io risponda come lei, agisca come lei, sia sarcastica e tagliente come lei. Paradossalmente, quando scoprono che invece io sono buona (SENTITO, VANI? IO), cioè che non odio la gente (anzi!), che sono socievole e che nemmeno mi vesto di nero (anzi, di solito somiglio a un pesce tropicale), ci restano quasi male! Io comunque mi sono vendicata facendo sì che il suo capo, l'editore Enrico Fuschi, le assegnasse degli incarichi schifosi, tipo scrivere un libro di cucina per una foodblogger leziosissima e irritante (in Scrivere è un mestiere pericoloso, il secondo della serie).

 

La cosa più sbarazzina che hanno detto sui tuoi libri.

Ho scoperto che la stragrande maggioranza dei miei lettori uomini si avvicina ai miei libri in un modo ben preciso. La moglie o la fidanzata li legge la sera prima di addormentarsi, e o sveglia il consorte ridendo o lo sveglia proprio apposta, a gomitate, per leggergli delle scene. Il consorte, di conseguenza, prima odia lei e pure me, perché vorrebbe solo dormire in pace, poi per fare contenta la signora prova a dare un'occhiata, a sfogliare qualche pagina, e a quel che mi dicono spesso va bene e i due coniugi scoprono di avere gusti simili (d'altro canto, è anche plausibile, no?).

 

È arrivato quel momento delle interviste in cui dovrei chiederti un buon consiglio per i giovani aspiranti scrittori. Perciò ti chiedo il consiglio più brutto e politicamente scorretto che riesci a trovare.

Ah, mi piace! Vediamo un po'… ce l'ho: COPIATE. Qualcosa che avete letto vi piace, vi fa pensare “anch'io vorrei scrivere così!” o “vorrei scrivere di questo”? Fatelo. Tanto, parliamoci chiaro, sono decenni che nessuno inventa niente e probabilmente anche l'autore dal quale state copiando ha copiato a sua volta. Poi ci sta che pian piano, a furia di scrivere, da quell'esercizio (perché imitare uno stile è a tutti gli effetti un esercizio che fanno fare anche alle scuole di scrittura) la vostra impronta emerga a poco a poco e troviate uno stile nel quale vi sentite comodi e a vostro completo agio.

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